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‪#‎PadaniaClassics‬ La veglia della MacroRegione genera Salvini

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Vorrei…  mi suona male. Non riesco quasi a dirlo. Vorrei… e resti lì fermo come davanti ad un semaforo rosso in una strada dove non ci sono auto. Incerto, vuoto di propositi. Vorrei…  mi suona assurdo. Perché? Vorrei un gelato, non è assurdo… basta che esca di casa, c’è una buona gelateria a venti metri. Ma il gelato ora non lo voglio.

E poi, in quel «vorrei» del quale mi chiedono di parlare c’è un inganno – ne sono certo – infatti, nell’esempio che ho fatto, vorrei non risuona come quel «vorrei» che mi chiedono di sviluppare. «Vorrei» – la questione è che cosa vorresti davvero, scherzando o facendo sul serio. Quale voglia fugace oppure desiderio impossibile? Alla voglietta segue un «l’erba voglio nasce solo nel giardino del re», all’utopia segue un vigoroso, violento «non c’è alternativa». Trattieniti, allora… non sarà che dietro a questo «vorrei» ci sia – come preavviso di non riuscita – un invito appunto a trattenersi? Un piccolo volgare gusto dell’infame arte del Katéchon?

Cambia rima, Toni. Ci provo. Vorrei che domani fosse una bella giornata. «Vorrei», allora, eguale a «spero»? Che guaio – mi mette tristezza pensare che, malgrado il mio vorrei, domani il giorno potrebbe essere più uggioso ed umido d’oggi. E, allora, sperare che sia secco e fresco (come piace ai miei polmoni) è comunque propormi cosa dubbia, mettermi dentro un’inconstanza che, di cattivo umore come sono, me lo rinnova. Sperare è giocare il Totocalcio ed io non ho mai vinto una scommessa. Detesto i casinò, azzardi e scommesse. «Vorrei» lo può dire solo un giocatore, gli par d’esistere solo se vince. «… Col denaro vinto diventerei anche per voi un uomo», recita il giocatore dostoievskiano alla nobile fanciulla che lo tiene a distanza. «Vorrei», diventerei: questo condizionale è troppo condizionato da poter esser usato. Quanto è diverso da «voglio».

Voglio non è il presente di vorrei, è un altro tempo, un’altra potenza. Ma, Toni, fai la vittima, ripeti un malinconico refrain! Non è vero. Quella differenza di voglio da «vorrei» è sostanziale. Se declini «vorrei», «vorremmo» non ti togli dalla condizionatezza; se dici voglio, vogliamo, ti nasce invece dentro un sentimento di forza che ti permette di desiderare senza il timore – o piuttosto la certezza – che ti farai male. Un vecchio amico diceva: «Vogliamo tutto». Era matto? Lo sarebbe stato se avesse detto: «Vorremmo tutto». In quel caso, tutto, era il potere e la ricchezza: ma siete proprio invidiosi – avrebbero replicato i padroni. Con «vogliamo tutto», invece, ci siamo andati maledettamente vicini a quel goal che desideravamo. E se non abbiamo vinto gliene abbiamo comunque date tante, proprio a quelli che il potere fingono di non possederlo, ma lo tengono stretto – e ci incitano a desiderarlo esprimendo una serie di «vorrei» che mai si realizzano.

Voglio un gelato e vado dal gelataio qui a lato, venti metri… sto leccando il mio cono in una giornata che più sciroccosa non ce n’è. Mi viene in mente un «vorrei» finalmente non disgustoso: vorrei una sorpresa, vorrei avere l’impressione di «vivere per caso», di far parte anch’io – come dice il filosofo – di «quella natura che non fa salti ma talora fa un unico salto – che è un salto di gioia». Vorrei capitombolare in un mondo dove si può, costantemente, vivere, costruire ed immaginare cose gioiose. Dove tutti possano farlo, per caso.

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Thought via Path

Gabriele oggi firma il contratto. Gabriele firma il contratto all’osservatorio di Roma. L’osservatorio è a Monte Porzio Catone. L’appuntamento per la firma è alle 11. Gabriele esce di primo mattino. Gabriele prende la metro B fino a Termini e la metro A fino ad Anagnina. Gabriele arriva presto a Anagnina. Gabriele sa che un bus per Monte Porzio parte alle 10.20. Gabriele arriva lieto ad Anagnina. Gabriele fa i biglietti per Monte Porzio. Gabriele guarda il tabellone con gli orari. Gabriele legge quella scritta vicino alla sua corsa:”Sospesa”. Gabriele non è più così lieto. Gabriele pensa:”Vabbè prendo la successiva”. Gabriele cerca la successiva: ore 11.20. Gabriele riflette: “a meno che il bus non si chiami Enterprise, che a guidarlo sia Jean Luc Picard e nei dintorni ci sia un oggetto collassato che ci permetta di viaggiare nel tempo, è improbabile che per le 11.00 sarò all’osservatorio”. Gabriele bestemmia. Gabriele Bestemmia. GABRIELE BESTEMMIA. at Terminal Bus Anagnina – Read on Path.

Photoset

annanstans:

Today in Malmö people have been protesting against the nazis in Svenskarnas Parti. The police went crazy, as usual, and rode over people several times, hit them in the head, and so on, all the things police usually do. Nowadays the nazis don’t even have to do the dirty work themselves, they just need a demonstrations permit. 



The police have blood on their hands.

Acab forever. 

Antifascism is self defense. 

No Pasaran.

(via antifascistaction)

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Baffoni e simpatia del compagno Maresciallo Stalin

Baffoni e simpatia del compagno Maresciallo Stalin

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Lenin in Jamaica

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paoloxl:

23 agosto 1942: la battaglia di Stalingrado

L’offensiva nazista al Paese comunista più grande del mondo, l’Unione Sovietica, inizia il 22 giugno 1941, quando 5.500.000 soldati, 3.500 carri armati e 2.000 aerei intraprendono l’attacco: i fronti che vengono aperti sono tre, dal nord verso Leningrado, al centro verso Mosca e a sud verso Kiev e, più in là, Stalingrado e il Caucaso.
I primi mesi di guerra costituiscono per l’URSS una vera e propria disfatta: le truppe dell’Armata Rossa sono costrette a retrocedere su ogni fronte, e le perdite sono innumerevoli.
Il governo comunista dell’Unione Sovietica risponde organizzando un’offensiva senza precedenti, che verrà chiamata la “guerra popolare”: centinaia di migliaia di civili, tra cui moltissime donne, intraprendono atti di resistenza e di sabotaggio, mettendo sempre più in difficoltà l’invasore tedesco.

Gli abitanti di Leningrado scavano centinaia di chilometri di trincee anticarro, riuscendo eroicamente a difendere la città dall’invasione per più di 900 giorni, mentre a Mosca Stalin organizza una parata militare nell’anniversario della Rivoluzione d’Ottobre, per ricordare al popolo la potenza militare dell’Armata Rossa: l’esercito dalla sfilata marcia direttamente al fronte.

Il fronte del sud è probabilmente il più importante della campagna di Russia tedesca, in quanto è proprio nel Caucaso, superato il Volga, che si trovano i più importanti giacimenti di petrolio, nonché le maggiori coltivazioni agricole di tutta l’URSS.
Per questo, con l’avvicinarsi dell’esercito occupante al fiume Volga, Stalin pubblica, il 27 luglio 1942, il decreto 227, che dice, tra l’altro : “Se non fermiamo la ritirata rimarremo senza pane, senza gasolio, senza metalli, senza materie prime, senza fabbriche né impianti, senza ferrovie. In conclusione: è ora di fermare la ritirata, non un passo indietro! Questa deve essere d’ora in poi la nostra parola d’ordine. Dobbiamo proteggere ogni punto forte, ogni metro di terra sovietica, irriducibilmente, fino all’ultima goccia di sangue. Dobbiamo aggrapparci ad ogni centimetro della nostra patria e difenderlo in qualsiasi modo. La nostra patria vive tempi difficili. Dobbiamo fermare, affrontare e distruggere il nemico, a qualsiasi costo. I tedeschi non sono così forti come dicono coloro che si son fatti prendere dal panico. Le sue forze si sono tese fino al limite. Fermare i suoi colpi adesso significa assicurarci la vittoria in futuro.”

Il 21 agosto 1942 le truppe tedesche conquista il Don, e due giorni dopo, il 23 agosto, la sedicesima Panzer Division del generale Hans Hube irrompe improvvisamente sul Volga, bloccando gli accessi alla città di Stalingrado, iniziando l’assedio con un primo massiccio bombardamento a tappeto sulla città. Coloro che rimangono in città si dedicano totalmente al lavoro di difesa, tutte le fabbriche sono convertite alla produzione militare, e i carri armati vanno dalla linea di montaggio direttamente al fronte. Cujkov, generale messo a difesa di Stalingrado da Stalin stesso, comandante della 62° Armata, con i suoi soldati, difende strenuamente la città, facendo come proprio il motto “A Stalingrado il tempo è sangue”.

Nei primi giorni di settembre non c’è più un solo edificio in piedi a Stalingrado, ma gli uomini dell’Armata Rossa, formate piccole unità di 6 o 9 effettivi, continuano a combattere strenuamente: l’ordine di Cujkov è di rimanere a non più di 50 metri, o alla distanza di un tiro di una bomba a mano, dal fronte nemico, in qualsiasi momento.

Alla strenua difesa di Stalingrado, così come a tutta la guerra nell’Unione Sovietica, partecipano centinaia di migliaia di donne, e la loro presenza è particolarmente sconcertate per i tedeschi: un ufficiale tedesco, in una lettera alla propria famiglia, scrive “È impossibile descrivere quello che sta succedendo qui. Ogni persona, a Stalingrado, che ha ancora la testa e le mani, uomo o donna, continua a lottare”.

La difesa di Stalingrado dà i suoi frutti, l’occupante subisce perdite importanti e, con l’avvicinarsi dell’inverno comincia ad avere problemi di approvvigionamento; il 10 novembre 1942 l’Armata Rossa lancia il contrattacco con l’operazione Urano, una manovra a tenaglia per accerchiare il nemico.
Finalmente, il 2 febbraio 1943, gli ultimi nuclei tedeschi ancora di stanza a Stalingrado si arrendono.

La storica vittoria di Stalingrado, che ha coinvolto non solo le truppe dell’Armata Rossa, ma tutta la popolazione locale in uno strenuo combattimento casa per casa, aprendo la strada alla controffensiva militare, svela al mondo che la tanto osannata invincibilità tedesca non è altro che propaganda, e ridà ai popoli europei oppressi dalle dittature naziste e fasciste, a da una guerra che non avevano voluto, una reale speranza di libertà, pace e riscatto.

http://www.infoaut.org/index.php/blog/storia-di-classe/item/2377-23-agosto-1942-la-battaglia-di-stalingrado

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Ultimo giorno sul plateaux di Saclay. Mi mancheranno soprattutto i 55 giorni di ferie l’anno at Orme Des Merisiers CEA – View on Path.

Ultimo giorno sul plateaux di Saclay. Mi mancheranno soprattutto i 55 giorni di ferie l’anno at Orme Des Merisiers CEA – View on Path.

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(Fonte: revoltriot)

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Quentin Tarantino // Every Death

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